Il rapporto annuale del Global Peace Index 2016

Il rapporto annuale del Global Peace Index 2016 © Vision of Humanity

10 Agosto 2016
Nel mese di giugno, l'Institute for Economics and Peace (IEP) ha pubblicato il rapporto sul Global Peace Index 2016 (GPI).

Giunto alla sua decima edizione esso classifica 163 stati e territori indipendenti in base al  livello di "pacificità". La scoperta più sorprendente di quest'anno è che il livello complessivo di pace globale continua a peggiorare e a un ritmo sempre più veloce rispetto all'anno passato, mentre il divario tra i paesi considerati più pacifici e quelli che lo sono di meno, aumenta.

Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale sino al decennio scorso, sono stati registrati progressi sulla pace nel mondo. C'è stato un calo storico dall'inizio dei report sul GPI, conseguente all’intensificarsi dei conflitti e dei morti in battaglia, al terrorismo e alla più grande ondata di rifugiati e sfollati degli ultimi 60 anni.

I Paesi pacifici sono riusciti a mantenere il loro livello di pace o a innalzarlo. I cinque Paesi più pacifici sono rispettivamente l'Islanda, la Danimarca, l'Austria, la Nuova Zelanda e il Portogallo. Quest’ultimo è riuscito ad avanzare di nove posizioni rispetto allo scorso anno. Tuttavia, il divario con i Paesi con il più basso indice di pace è aumentato, raggiungendo livelli ancora più bassi. I cinque paesi in fondo all'indice, tutti attualmente martoriati dai conflitti, sono la Somalia, l'Afghanistan, l'Iraq, il Sud Sudan e la Siria, quest'ultima classificata come la meno pacifica. Il crescente divario tra i Paesi alle due estremità dell'Indice accresce i livelli di disuguaglianza relativamente alla pace globale.

Il rapporto rileva che la crescente internazionalizzazione dei conflitti, in particolare in Medio Oriente e Nord Africa (MENA), vede molti paesi impegnati nel finanziamento delle operazioni di pace, e una diminuzione della spesa militare globale negli ultimi tre anni. Tuttavia, l'internazionalizzazione del conflitto moderno ha colpito Paesi che si trovano a migliaia di chilometri di distanza per via dei flussi di rifugiati, di immigrazione irregolare e terrorismo. Il conflitto interno in alcuni Paesi è aumentato provocando più vittime e migrazioni forzate che continuano a causare lo spostamento di persone o a far lasciare loro il proprio Paese d’origine, cercando rifugio all'estero.

Nonostante l'Europa sia la regione più pacifica del mondo, il suo punteggio complessivo è peggiorato a causa del maggiore impatto del terrorismo e della violenza e instabilità in Turchia. Quest'anno, il numero di vittime del terrorismo è aumentato dell'80 per cento rispetto al 2015. Dal 2011, la quota  annuale relativa agli attacchi terroristici è triplicata. Nel 2014, la maggior parte delle attività terroristiche e i decessi erano limitati a cinque paesi: l'Iraq, la Nigeria, l'Afghanistan, il Pakistan e la Siria. Tuttavia, il rapporto sottolinea come il terrorismo sia ormai diffuso globalmente, e solo 69 paesi non hanno subito le conseguenze di un attentato terroristico nell'ultimo anno.

Una nota positiva, il rapporto riconosce che il finanziamento internazionale e il sostegno delle operazioni di pace delle Nazioni Unite sono il riflesso di una comunità internazionale impegnata per la pace e la sicurezza globale. Vi è anche una tendenza a ridurre il tasso di personale di servizio armato e le spese militari.

Un obiettivo prioritario dello studio del GPI è capire che cos’è che crea pace positiva. Nonostante la sua complessità e le sfide nell'ottenere questo obiettivo, i ricercatori hanno intuito che vi sono altri fattori interconnessi e multisfaccettati che svolgono un ruolo chiave nello sviluppo della pace, quali il cambiamento climatico, la biodiversità e la stabilità economica. Il rapporto di quest'anno prevede un aspetto biologico ed ecologico nello studio della pace, con un conseguente legame tra pace positiva e una più ampia capacità di resilienza. A titolo di esempio, il numero di vittime di disastri naturali è di 13 volte superiore nei Paesi con un basso tasso di pace positiva rispetto alle nazioni con un elevato indice di pace positiva nelle quali è maggiore la probabilità di mantenere la stabilità, di adattarsi e riprendersi da shock interni ed esterni.

Gli stati membri delle Nazioni Unite hanno formalmente riconosciuto per la prima volta che una natura pacifica è fondamentale nella promozione dello sviluppo globale. Essi hanno assunto l'impegno di raggiungere i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDG) entro il 2030, i quali rappresentano una nuova serie di obiettivi per sconfiggere la povertà, la disuguaglianza, l'ingiustizia e il cambiamento climatico. L’SDG 16 ha lo scopo di promuovere la pace, la giustizia e istituzioni forti, senza i quali sarà difficile raggiungere gli SDG restanti.

 

Per leggere il rapporto completo:

http://static.visionofhumanity.org/sites/default/files/GPI%202016%20Report_2.pdf
http://www.visionofhumanity.org/#/page/our-gpi-findings

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